
L'Accabadora di Michela Murgia ha suscitato una serie di riflessioni e anche, perchè no, ha smosso ricordi ed identificazioni: un gruppo di lettura si presta a corsi e ricorsi autobiografici, attraverso letture fatte nel passato e ri-condivise adesso, in tempi e modi diversi.
Vanna e Laura hanno sottolineato il valore simbolico e carismatico di questa figura femminile, incredibilmente viva nel ritratto che ne fa Michela Murgia, tramite una lingua che si fà essa stessa voce, senza inutili abbellimenti, incisa nella roccia del testo: eredità dii una cultura ancestrale che pone al centro dell'universo non tanto l'individuo quanto la comunità, l'accabadora (dallo spagnolo "acabàr", finire) riveste un ruolo accettato e funzionale all'esistenza quotidiana di ciascun membro della comunità stessa, per quanto mai definito in parole nè tanto meno reso palese nella pratica quotidiana: l'accabadora sopraggiunge in risposta ad una chiamata dei familiari di chi sta soffrendo, mai agisce di iniziativa propria.
Maria, la bambina mal sopportata dalla madre, che la presenta senza mai dire il suo nome ma soltanto "lei è l'ultima" oppure "lei è la quarta, dopo tre cose giuste ne ho fatto una sbagliata", verrà presa come figlia da Bonaria Urrai, la sarta del paese, che non è solo sarta ma anche, appunto, accabadora.
Il punto di svolta è dato dalla giornata dedicata alla commemorazione dei defunti: la cena dei morti è l'elemento intorno al quale si catalizza e matura il dramma, che da quel momento in poi assume connotati via via sempre meglio definiti fino a giungere all'inevitabile epilogo; fino ad allora, fino a quella scelta di Tzia Bonaria Urrai, non si può parlare di dramma ma di epos oppure di fiaba, di un racconto quasi senza tempo, sospeso tra un passato arcaico che non occorre ricordare perchè è patrimonio condiviso da tutti, ed un presente discreto e scarsamente presente. (i jeans di Maria, appena accennati, spiazzano chi legge).
Marilena ha evocato la figura di Àtropo, la terza Parca, colei che taglia il filo della vita umana: Tzia Bonaria Urrai, sarta, ha anch'essa che fare con forbici e fili ma con il personaggio mitologico ha in comune soltanto l'impronta di immagine archetipica, non la pietas, che invece caratterizza la figura dell'accabadora. Il duetto Bonaria-Maria, che regge la struttura della narrazione, trova in Maria, l'ultima, la bambina nata per errore, il perfetto simbolo di tutti/e coloro che hanno vissuto la stessa situazione, i/le fillus e' anima nati in una famiglia povera e adottati/e da donne che non ne potevano avere.
Giulia ha espresso il proprio personale disagio nei confronti di Tzia Bonaria Urrai, percepita come figura sinistra e portatrice di morte tout court, mentre Walter ha voluto ricordare il concetto di eutanasia, peraltro non strettamente pertinente la trama del romanzo.
Davvero un bel gruppo: corale, partecipato. Comunitario.
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