lunedì 16 dicembre 2013

"Una morte nuda e cruda non può essere accettata" (Arnaud Cathrine, "Con gli occhi asciutti")

Mercoledì 18 dicembre alle 16.30' nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano, il nostro Gruppo di lettura si ritrova per parlare di Un ragazzo italiano, di Philippe Besson (Guanda 2007).

"Si può essere morti e avere ancora bisogno di parlare; e allora si può tentare di farlo, in un ultimo sforzo disperato, per provare ad alleviare la sofferenza di quelli che sono ancora vivi. Anche se forse si parla senza alcuna possibilità di essere ascoltati. Questa è la storia di Luca, giovane uomo ritrovato morto in riva all'Arno, probabilmente annegato per ragioni misteriose che nemmeno la polizia riesce a chiarire. Ma è anche la storia delle due persone che più di tutte gli sono state vicine quando era in vita: Anna, la sua amante, che deve sopravvivere al dolore della sua perdita e che cercando di comprenderne le ragioni scoprirà delle verità insospettabili sulla sua vita. E poi Leo, la terza misteriosa figura di questo romanzo, che a poco a poco rivelerà tutti i segreti di questo strano ménage a troix, raccontando una storia di marginalità ma anche di amore, una vicenda che chiama in causa la più profonda autenticità dei sentimenti umani, siano essi quelli "normali", che il mondo conosce, o siano invece sentimenti "diversi" e inconfessabili, che il mondo disprezza, ma a cui non potrà mai negare una legittimità che pesca nel cuore più intimo dell'essere uomini."
da IBS 
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mercoledì 27 novembre 2013

"Era una ragazza intelligente e generosa, una bella e libera natura: ma cosa avrebbe fatto di sè?" Ritratto di signora, di Henry James."

Mercoledì 27 novembre alle 16.30' nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano, il nostro Gruppo di lettura si ritrova per parlare di "Ritratto di signora"di Henry James: 

"Un'avventura psicologica, morale ed estetica: il viaggio da Albany, piccolo paese del New England, a Firenze, città dell'arte e della bellezza, alla ricerca di un'esistenza felice, di una vita perfetta da ricamare sulla rozza tela del tempo e della storia. Dal paradiso del nuovo e ancora troppo ingenuo continente americano verso un'Europa matura e seducente, in cui l'incantevole protagonista Isabel Archer rischia di perdersi, vittima di un'ossessione che la rende docile, passiva e soffocata nelle oscure trame del desiderio e dell'inganno." (da Ibs)

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lunedì 28 ottobre 2013

Storia di Dominic e del suo Braccio: "1933 un anno terribile" di John Fante

Mercoledì 30 0ttobre alle 16.30' nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano, il nostro Gruppo di lettura si ritrova per parlare di "1933 un anno terribile"di John Fante, che nel romanzo narra le vicende di Dominic Molise: figlio di immigrati, Dominic ha un grande talento, quasi da cartone animato: il suo braccio. Lo cura, lo allena, lo protegge dai rigori invernali con tubetti e tubetti di balsamo Sloan, sa che grazie a lui, soltanto grazie a lui, potrà riscattare se stesso e la sua famiglia dalla condizione di inferiorità che stanno vivendo, diventando "Dom Molise, il più grande Mancino della Major League". La più grande promessa del baseball della West Coast.

 
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lunedì 23 settembre 2013

"Era come se tutti i rumori si fossero messi in coda per attraversare il silenzio, uno alla volta, incerti." - Da "Scarpe italiane" di Henning Mankell"

Torna settembre e il nostro Gruppo s'incontrerà di nuovo una volta al mese, in biblioteca. Primo libro in programma mercoledì 29 alle 16.30' è il romanzo Scarpe italiane, di Henning Mankell; questa la trama: Fredrik Welin, ex-chirurgo, vive in una delle tante, piccole isole che popolano l'arcipelago al largo di Stoccolma, circondato da un mare di ghiaccio. Solo l'arrivo del postino interrompe il silenzio delle sue giornate, segnate dalle immersioni nel mare gelido e da qualche scarna annotazione in un diario, cronaca di un'esistenza che si è persa. C'è un mistero nella vita di Fredrik Welin, una "catastrofe" che l'ha spinto a cercare la solitudine e a creare una barriera tra sé e il mondo. Ma un mattino sull'isola sbarca una donna che si appoggia a un deambulatore: una donna anziana come lui, stanca, molto malata: è Harriet, amata in gioventù e abbandonata senza spiegazioni. Ora, dopo quasi quarant'anni, vuole che Fredrik mantenga un'antica promessa. Con lei inizia un viaggio verso nord pieno di incontri inaspettati e sorprendenti, una drammatica ricerca alle radici di un segreto del passato. Con "Scarpe italiane" Henning Mankell, il maestro del giallo scandinavo, scrive un romanzo che non ha trama gialla, e che si può riassumere con questa frase del protagonista: Stavo precipitando, chiuso nel mio epilogo. Rimanevano ancora qualche entrata e uscita di scena, ma non molto altro. 

lunedì 17 giugno 2013

Ecco i nuovi libri per i prossimi mesi

Ci siamo trovati/e lo scorso 12 giugno e dalla bella discussione che ne è seguita sono emerse le nostre scelte, eccole in ordine cronologico:
- Scarpe italiane di Henning Mankell (2008) - mercoledì 29/09/2013
- Un anno terribile di John Fante (1996) - mercoledì 30/10/2013
- Ritratto di signora di Henry James (1993) - mercoledì 27/11/2013
- Un ragazzo italiano di Philippe Besson (2007) - mercoledì 18/12/2013
- Trilogia della città di K. di Agota Kristof (1963) - mercoledì 29/01/2014


- Rimini di Vittorio Tondelli (2007) - mercoledì 26/02/2014
- Suite francese di Iréne Nemirovski (2009) - mercoledì 26/03/2014
- Diario 1941-1943 di Etty Hillesum (1996) - mercoledì 30/04/2014
- Vita di Melania Mazzucco (2003) - mercoledì 28/05/2014  

Arrivederci a settembre, con Henning Mankell. E buone letture a tutte/i!!!

martedì 11 giugno 2013

Nuove proposte, nuove letture

mercoledì 12 giugno alle 16.30' nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano, "Trame in biblioteca - libri Detti tra noi", il nostro gruppo di lettura, si trova per discutere e scegliere le nuove letture per i mesi da settembre 2013 a maggio 14: è importante! Partecipiamo tutti/e! (il libro di Eugenio Montale è solo un'etichetta suggestiva, non una proposta personale)

mercoledì 15 maggio 2013

Mercoledì 15 maggio alle 16.30' nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano, "Trame in biblioteca - libri Detti tra noi", il nostro gruppo di lettura, si trova per parlare di "Nessun luogo, da nessuna parte", di Christa Wolf. (romanzo pubblicato nel 2009). Il GdL ha anche una pagina su Facebook: Gruppo di lettura Piacenza.
 
"Al centro di questo romanzo di Christa Wolf, uno dei suoi libri più belli, si muovono i poeti Heinrich von Kleist e Karoline von Günderrode. Figli delusi della loro epoca, non hanno spazio «in nessun luogo, da nessuna parte». Christa Wolf immagina di vederli insieme, in un pomeriggio d'estate del 1804, sulle rive del Reno. Sono giovani, eppure prossimi alla fine. Karoline si ucciderà nel 1806, Kleist nel 1811. Nel salotto dove avviene il loro incontro si danno appuntamento personaggi illustri, poeti e scienziati di quell'epoca romantica a cavallo tra una Rivoluzione che va esaurendosi e la Restaurazione strisciante. I due poeti rappresentano una generazione che deve produrre nuovi modelli di vita perché i modelli del passato non valgono più. Sono stranieri in patria, battistrada senza seguito, entusiasti senza eco, voci senza risonanza. Isolati, esclusi da ogni possibilità di azione, relegati e confinati nell'avventura dell'anima, sono consegnati inermi ai propri dubbi, alla disperazione, alla sempre più viva certezza del fallimento. Christa Wolf ricostruisce con maestria un'epoca, un'atmosfera; e una sensibilità che ci appare straordinariamente moderna." (da Internetbookshop)


mercoledì 10 aprile 2013

La "Lettera di dimissioni" di Valeria Parrella

Mercoledì 17 aprile alle 16.30' nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano, "Trame in biblioteca - libri Detti tra noi", il nostro gruppo di lettura, si trova per parlare di "Lettera di dimissioni", di Valeria Parrella. (romanzo pubblicato nel 2011)
 
Scendendo a capofitto per i rami delle generazioni, Clelia riesce a trovare il suo posto sull'asse del tempo: ha una data d'inizio, il 1914, e persino una capostipite, la nonna Franca, giunta dalla Russia a Napoli. Innamorata della vita, ricca di passione e di ideali, Clelia cresce con i piedi piantati nella provincia e lo sguardo rivolto alla città. Quando Clelia incontra Gianni non ha dubbi su cosa fare: insieme trovano quarantadue metri quadri in cui sostenersi "l'un l'altra come due carte da gioco poggiate in piedi". Per mantenersi lavora come maschera in un teatro, e proprio in teatro farà presto carriera. Appagata dal successo, Clelia sembra non accorgersi di scegliere sistematicamente il "male minore". Il nuovo romanzo di Valeria Parrella ha l'energia e il coraggio delle storie necessarie. La storia di Clelia procede di pari passo con quella dell'Italia, e ci restituisce il ritratto di un Paese che ha progressivamente rinunciato al pubblico per il privato, all'etica per il guadagno, ma che con ostinazione ciascuno di noi continua ad amare "come si amano solo le cose che vengono prima di noi e dopo di noi resteranno". Senza dismettere la voce intima e sensuale che le è propria, Valeria Parrella narra la perdita di contatto tra ciò in cui si crede e il modo in cui si agisce, fino alla consapevolezza che "le cose non si compiono all'improvviso, ma all'improvviso le vedi nel loro intero". (da Internetbookshop)

mercoledì 13 marzo 2013

La signora Dalloway: eccola, è qui

Ci siamo: oggi pomeriggio Clarissa Dalloway ci farà discutere al gruppo di lettura in biblioteca. Virginia Woolf pubblica questo romanzo nel 1925: nella prefazione all'edizione I Meridiani Mondadori 1998, che Nadia Fusini intitola Virgo, la stella, leggiamo: 

"Se scrivo - afferma perentoria e orgogliosa - è per raggiungere le cose centrali. E vuol dire: le cose che stanno nel centro, le cose che contano. E le cose che contano sono la vita e la morte. di fronte alle quali gli esseri umani sono così vulnerabili, così impotenti, infanti. [om.] 


Indubbiamente è un ritmo ciò che il lettore subito sente cominciando a leggere La signora Dalloway: su e giù, ripetutamente qualcosa sale, si leva, si alza, e qualcosa cade, precipita, Forse questo ritmo senza altro contenuto è il significato che cerchiamo. Forse la vita è semplicemente battere e levare, slanciarsi verso l'alto e precipitare."
E nel capitoletto La finestra di Clarissa:
"Come tutto ciò che vive entra nel visibile, esce nell'invisibile. Che altro è la vita, se non l'alternanza di questi stati?"

Luci e ombre, non più e non ancora, in battere e in levare: in una parola, il Tempo. Scrive Nadia Fusini:
"Il Tempo è al centro del romanzo, incarnato nell'alta verticale presenza del Big Ben. Da quel centro sonoro anelli di suono emanano, si espandono orizzontalmente in onde e alla fine raggiungono l'orecchio, il quale le riceve e le trasmette attraverso le ramificazioni nervose del corpo, scavando miniere che scendono fin dove un altro senso è raggiunto, il più immateriale nella scala dei sensi del corpo asseganti alla cattura del reale - la Memoria."

E conclude:
"Da lei clara, clarissima viene la luce che dà il tempo. Ed è un tempo largo, materno, tempo dell'accoglienza e del dono. E annienta ogni "no". "

  

giovedì 28 febbraio 2013

In biblioteca entra l'accabadora

L'Accabadora di Michela Murgia ha suscitato una serie di riflessioni e anche, perchè no, ha smosso ricordi ed identificazioni: un gruppo di lettura si presta a corsi e ricorsi autobiografici, attraverso letture fatte nel passato e ri-condivise adesso, in tempi e modi diversi.

Vanna e Laura hanno sottolineato il valore simbolico e carismatico di questa figura femminile, incredibilmente viva nel ritratto che ne fa Michela Murgia, tramite una lingua che si fà essa stessa voce, senza inutili abbellimenti, incisa nella roccia del testo: eredità dii una cultura ancestrale che pone al centro dell'universo non tanto l'individuo quanto la comunità, l'accabadora (dallo spagnolo "acabàr", finire) riveste un ruolo accettato e funzionale all'esistenza quotidiana di ciascun membro della comunità stessa, per quanto mai definito in parole nè tanto meno reso palese nella pratica quotidiana: l'accabadora sopraggiunge in risposta ad una chiamata dei familiari di chi sta soffrendo, mai agisce di iniziativa propria.
Maria, la bambina mal sopportata dalla madre, che la presenta senza mai dire il suo nome ma soltanto "lei è l'ultima" oppure "lei è la quarta, dopo tre cose giuste ne ho fatto una sbagliata", verrà presa come figlia da Bonaria Urrai, la sarta del paese, che non è solo sarta ma anche, appunto, accabadora.

Il punto di svolta è dato dalla giornata dedicata alla commemorazione dei defunti:  la cena dei morti è l'elemento intorno al quale si catalizza e matura il dramma, che da quel momento in poi assume connotati via via sempre meglio definiti fino a giungere all'inevitabile epilogo; fino ad allora, fino a quella scelta di Tzia Bonaria Urrai, non si può parlare di dramma ma di epos oppure di fiaba, di un racconto quasi senza tempo, sospeso tra un passato arcaico che non occorre ricordare perchè è patrimonio condiviso da tutti, ed un presente discreto e scarsamente presente. (i jeans di Maria, appena accennati, spiazzano chi legge).

Marilena ha evocato la figura di Àtropo, la terza Parca, colei che taglia il filo della vita umana: Tzia Bonaria Urrai, sarta, ha anch'essa che fare con forbici e fili ma con il personaggio mitologico ha in comune soltanto l'impronta di immagine archetipica, non la pietas, che invece caratterizza la figura dell'accabadora. Il duetto Bonaria-Maria, che regge la struttura della narrazione, trova in Maria, l'ultima, la bambina nata per errore, il perfetto simbolo di tutti/e coloro che hanno vissuto la stessa situazione, i/le fillus e' anima nati in una famiglia povera e adottati/e da donne che non ne potevano avere. 

Giulia ha espresso il proprio personale disagio nei confronti di Tzia Bonaria Urrai, percepita come figura sinistra e portatrice di morte tout court, mentre Walter ha voluto ricordare il concetto di eutanasia, peraltro non strettamente pertinente la trama del romanzo. 

Davvero un bel gruppo: corale, partecipato. Comunitario.


giovedì 21 febbraio 2013

Accabadora, l'ultima madre

Lunedì 25 febbraio alle 16.30', nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano, il nostro Gruppo di lettura si trova per parlare di "Accabadora", di Michela Murgia. 

«Acabar», in spagnolo, significa finire. E in sardo «accabadora» è colei che finisce. Agli occhi della comunità il suo non è il gesto di un'assassina, ma quello amorevole e pietoso di chi aiuta il destino a compiersi. È lei l'ultima madre.

lunedì 11 febbraio 2013

GdL su "Accabadora" di Michela Murgia

Vogliamo ricordarvi che l'incontro del Gruppo di lettura su "Accabadora" di Michela Murgia (2009) si terrà lunedì 25 febbraio 2013 alle 16.30' anzichè mercoledì 13 febbraio, per evitare la concomitanza con il corso d'aggiornamento sul romanzo di formazione all'inglese, tenuto da Salvatore Mortilla.

La descrizione di IBS:
 
Perché Maria sia finita a vivere in casa di Bonaria Urrai, è un mistero che a Soreni si fa fatica a comprendere. La vecchia e la bambina camminano per le strade del paese seguite da uno strascico di commenti malevoli, eppure è così semplice: Tzia Bonaria ha preso Maria con sé, la farà crescere e ne farà la sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno. Quarta figlia femmina di madre vedova, Maria è abituata a pensarsi, lei per prima, come "l'ultima". Per questo non finiscono di sorprenderla il rispetto e le attenzioni della vecchia sarta del paese, che le ha offerto una casa e un futuro, ma soprattutto la lascia vivere e non sembra desiderare niente al posto suo. "Tutt'a un tratto era come se fosse stato sempre così, anima e fili'e anima, un modo meno colpevole di essere madre e figlia". Eppure c'è qualcosa in questa vecchia vestita di nero e nei suoi silenzi lunghi, c'è un'aura misteriosa che l'accompagna, insieme a quell'ombra di spavento che accende negli occhi di chi la incontra. Ci sono uscite notturne che Maria intercetta ma non capisce, e una sapienza quasi millenaria riguardo alle cose della vita e della morte. Quello che tutti sanno e che Maria non immagina, è che Tzia Bonaria Urrai cuce gli abiti e conforta gli animi, conosce i sortilegi e le fatture, ma quando è necessario è pronta a entrare nelle case per portare una morte pietosa. Il suo è il gesto amorevole e finale dell'accabadora, l'ultima madre.

venerdì 18 gennaio 2013

Le parole di famiglia per raccontare un pezzo di storia: "Lessico famigliare" di Natalia Ginzburg

Quasi tutte/i abbiamo letto il libro di Natalia Ginzburg: Marilena ha tracciato una sintesi che ha voluto definire umorale del suo personale modo di avvicinarsi alla narrazione e dei cambiamenti nel tempo di questa pratica di lettura. Se la maggioranza di noi aveva sperimentato una forma di lettura imposta dalla scuola, dal momento che il testo è spesso adottato dagli insegnanti, è anche vero che, a distanza di tanti anni, elementi e brani molto diversi emergono da una rilettura tanto distanziata nel tempo, per esempio i ritratti dei personaggi di casa Einaudi: fra tutti un Cesare Pavese tanto scorbutico ed inavvicinabile quanto ironico con gli amici e solo con loro. O le figure della madre e del padre, la Lidia e Beppino, commentati con sottigliezza da Laura ad indicare sia lo spessore della figura materna, che tanta importanza avrà nella vita della scrittrice, che la dominanza del ruolo paterno, in tutta la sua imponenza e risonanza di accademico dispotico e pater familias, come i tempi richiedevano. L'invisibilità di Natalia Ginzburg si coglie nel mancato uso del pronome io: ed è questa la ragione per cui non è solo autobiografia quella che troviamo in Lessico famigliare ma storia, delle persone e della nazione italiana, una storia che si articola e si dipana attraverso il linguaggio ed i neologismi creati da ciascuno dei membri della famiglia Levi: i potacci e gli sbrodeghezzi del professor Beppino, così come la catramogna della mamma Lidia.

Marie, l'unica ad aver letto il libro per la prima volta ora, ha espresso il suo istintivo disagio nei confronti di una figura di padre così dispotico, che probabilmente ha avuto ripercussioni significative nel contesto familiare e della vita futura dei figli: valga per tutti l'esempio delle liti furibonde fra Mario e Alberto. 
Importante anche il rapporto con la montagna, che per le famiglie piemontesi era un interlocutore costante e come tale veniva vissuta e imposta dal padre ai figli Levi, obbligati a defatiganti escursioni nonchè ad infinite e tediose vacanze estive, trascorse in isolamento e solitudine nei paesi alpini.

Alberta ha dato voce a quello che è un tratto comune a tutto il gruppo: avere con questo libro un rapporto di assoluta confidenza, e per i personaggi un'abitudine ed una simpatia che và al di là delle singole caratteristiche personali per riconsegnarli alla storia italiana di quegli anni, di cui loro stessi hanno vissuto e rappresentato momenti altamente significativi e snodi epocali. 

lunedì 14 gennaio 2013

Lessico famigliare, parole di famiglia


La chiave di questo straordinario romanzo è delineata già nel titolo. Famigliare, perché racconta la storia di una famiglia ebraica e antifascista, i Levi, a Torino tra gli anni Trenta e i Cinquanta del Novecento. E Lessico perché le strade della memoria passano attraverso il ricordo di frasi, modi di dire, espressioni gergali. Scrive la Ginzburg: "Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all'estero: e non ci scriviamo spesso. Quando c'incontriamo, possiamo essere, l'uno con l'altro, indifferenti, o distratti. Ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase, una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte, nel tempo della nostra infanzia. Ci basta dire 'Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna' o 'De cosa spussa l'acido cloridrico', per ritrovare a un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole".
(fonte: IBS)

Ne parleremo al Gruppo di lettura del prossimo mercoledì 16 gennaio alle 16.30', nella Sala Balsamo della biblioteca Passerini-Landi a Piacenza, in via Carducci 14 al primo piano: venite a parlarne con noi, tutti/e possono partecipare, anche solo ascoltando.

giovedì 3 gennaio 2013

GianLuca Sgambuzzi intervista Giorgio Leopardi

- Partiamo dalla domanda che in molti si pongono: cosa vuol dire realizzare un film?

- Realizzare un film è un’operazione complessa che coinvolge tante persone e tanti meccanismi: si parte innanzitutto dalla lettura della sceneggiatura, possibilmente con lo sceneggiatore stesso (spesso sceneggiatore e regista sono la stessa persona), e successivamente si costruisce la “macchina” del film. E’ come se ci fosse una linea: al di sopra ci sono i protagonisti, diciamo così, gli attori etc, al di sotto invece abbiamo la produzione diretta, costituita da tanti settori diversi. L’insieme di questi elementi ci dà il costo del film. Già da qui si pongono i primi problemi: per quanto riguarda gli attori, cosa si fa? Io ho prodotto circa 70 film, sono circa 4 film all’anno, ma ogni volta c’era lo stesso dilemma: teniamo sempre la stessa troupe, con cui abbiamo lavorato bene la volta scorsa, oppure cerchiamo attori sempre diversi? Altri problemi riguardano la produzione diretta, quella italiana poi ancora di più, rispetto alle produzioni americane in cui se sgarri o sei scorretto non lavori più.

- Ma torniamo indietro, all’inizio della Sua carriera. Siamo al 1985-86 circa, a Genova…

- Sì, io ho sempre amato il cinema; quando andavo all'università, a Milano, di solito seguivo gli spettacoli del mattino, i matinée. Negli anni ’80 a Genova ho incontrato Francesco Nuti, che mi ha coinvolto nel mondo della produzione: con lui ho fatto sei film. All'inizio abbiamo fatto film che hanno incassato bene, per cui ho deciso di investire su film piccoli: così facendo però ho perso tutti gli utili guadagnati dai film grossi. È sempre stato così per me, in Italia, produco film di qualità ma che incassano poco! Penso per esempio a Scacco Pazzo, o anche a Musica per vecchi animali, unico film di Dario Fo, scritto da Stefano Benni. Ha fatto ben pochi incassi e sa perché? Perché è stato etichettato fin dalla prima come film di sinistra! Mi hanno fatto lanciare la prima di questo film in una sala di partito, io non ero d’accordo, ma poi va così, qualcuno deve cedere…

- Questo ci porta ad un altro aspetto importante, ovvero come, dove, quando, far uscire un film.

- Certo, questo è un aspetto fondamentale. Io ho lavorato spesso con Cecchi Gori, De Laurentis, con Medusa per Albergo Roma.

- E per quanto riguarda la vita di un film, in questi trent'anni di attività, cos'è cambiato secondo Lei?

- Nella produzione e realizzazione di un film, a parte le tecnologie, com'è ovvio, quasi nulla è cambiato: l’unica differenza è che mentre prima c’erano più film in sala e meno in televisione, ora è il contrario, più televisione e meno sale. Se consideriamo poi i film italiani, 30 anni fa erano quelli che venivano proposti in prima serata in tv, ora in prima serata troviamo solo film americani. Questo è dovuto anche alla scarsità di soldi che girano nel mondo del cinema italiano; meno soldi a disposizione significa anche accontentarsi di registi e persone con meno esperienza.

- Nel corso della sua carriera incrociamo tutti i maggiori protagonisti degli ultimi trent'anni, proprio a partire da Nuti.

- Sì, ho iniziato con lui, poi ho prodotto film con attori come Franco Nero, Isabella Ferrari e Sergio Castellitto in Hotel paura, Debora Caprioglio, Gianmarco Tognazzi, Ricky Tognazzi in Maniaci sentimentali, ed anche un film con Beppe Grillo, Topo Galileo che appunto rientra nella categoria di quei film di qualità che però non hanno incassato, il cinema, vede, è così… E poi Pupi Avati e Gianni Scola, con cui ho lavorato a 10 piccoli italiani, 10 cortometraggi con cui ho chiuso a Venezia nel ’98. Qui ho prodotto 10 cortometraggi avvicinando per tematica un corto di un giovane ad un corto invece realizzato da grandi nomi, Monicelli, Scola, Pontecorvo, Simona Izzo o Ricky Tognazzi. Quello che apprezzo in un corto, ed è il motivo per cui ho scelto questi 10, è l’idea: ormai quasi chiunque sarebbe in grado di realizzare tecnicamente un corto, quello che conta è l’idea che ci sta dietro e che viene raccontata in non più di 15 minuti. Oltre non è più un corto, è una schifezza. Un corto dev’essere creativo, incisivo, innovativo.



Cosa ci resta da questo tuffo nel mondo del cinema?

La curiosità di saperne sempre di più, di avere ancora più dettagli e aneddoti, di immergerci di nuovo e sempre più a fondo in questo mondo, grazie anche a un raccontatore che ne è uno dei protagonisti: una miniera di esperienza, sferzante, frizzante, diretto, coinvolgente e che ogni tanto ci riporta in superficie a colpi di dialetto piacentino e ironia su mostri del cinema quali Isabella Ferrari o Franco Nero. In fondo, il cinema è anche questo.