giovedì 20 settembre 2012

Piccoli racconti di misoginia di Patricia Highsmith

 
I Piccoli racconti hanno visto una partecipazione numerosa, attenta e appassionata da parte di tutto il Gruppo, che ha dato vita ad una discussione animata, ricca di spessore e destinata a suscitare nuovo interesse intorno all'opera della scrittrice statunitense. 

Vanna ha inaugurato la nuova stagione del GdL introducendo questa raccolta di racconti attraverso un quadro ampio dello stile e delle caratteristiche essenziali del libro e dell'autrice, mentre Marilena ha messo in luce la differenza esistente tra la lettura fatta non appena il libro fu pubblicato in Italia (da La Tartaruga nel 1984) e la rilettura odierna. Laura ha poi ricordato lo scenario storico-politico degli anni in cui il libro apparve (l'edizione originale è del 1975) collocandolo sullo sfondo di un dibattito intenso sul femminismo, intensamente vissuto negli anni Settanta dalle donne che, proprio per questo motivo, non potevano e forse non possono non provare un senso di profondo disagio nel leggere questi sedici ritratti femminili dove, come ben sottolinea Luisa Muraro nella postfazione all'edizione La Tartaruga, vengono magistralmente illustrate le ragioni che una donna può avere per odiare la sua simile.

Voce fuori dal coro, Silvia ha trovato straniante e sgradevole sia lo stile, caratterizzato da una serrata paratassi, che la modalità assolutizzante dei contenuti: ognuna delle figure femminili rappresenta infatti un Unicum identificabile di per sè, e come tale universalmente valido.

Proprio con alcune frasi dalla postfazione di Muraro, inspiegabilmente espunta nelle edizioni recenti, ci piace concludere questo breve resoconto:
La singola non è la causa dell'odio che una donna può provare per le sue simili, basterebbe cercare ogni volta il come e il perchè della loro miseria. I racconti brevi che non danno spazio alle tante possibili spiegazioni, danno spazio ad un'altra cosa, secondo me più importante da sapersi, la repulsione che si può provare davanti alla misera figura che si affaccia allo specchio e pretende di essere la tua immagine. Lo è in effetti perchè quella è la tua simile, se niente di meglio trova rispecchiamento.

Taglienti come lame e vividi come pennellate su una tela o su un muro, questi apologhi di Patricia Highsmith esprimono in maniera esemplare l'amarezza profonda e la ribellione verso tutte quelle donne che, come Mildred, Yvonne, Claudette, Sarah, Edna e le altre, giocano al ribasso con se stesse, per scelta o per casualità, vittime e carnefici al tempo stesso.